TUTTI ABBIAMO IMPARATO DA “LALLE”

Voglio scrivere due righe, anzi le prime due rughe di questo blog, e le voglio dedicare al punto di partenza, quella da dove ognuno di noi è partito. Quello dove per primo abbiamo detto WOW, il Bar(re) è il lavoro dei miei sogni!

Che siamo nati in una grande città o in piccolo paesino di provincia, ognuno di noi ha vissuto il bar del Paese. Quel luogo magico dove personaggi leggendari narravano gesta eroiche, o meglio “zingarate” in stile Amici Miei, e dove noi entravamo solo per comprare un gelato da 1200 lire lasciando la bicicletta fuori appoggiata al tavolino marchiato Sammontana o alle sedie in ferro rivestite da quella cordicella di plastica colorata che veniva intrecciata intorno alla struttura. E loro sempre li, come impavidi cavalieri a difendere il loro orgoglio dietro un due di briscola giocato male dal compagno che gli aveva fatto perdere la partita.

Mi ricordo ancora quando da bimbetto andavo in Paese e due erano i bar: Arturo e L’orso Bianco. Arturo era il top: sala giochi, biliardo e una vita passata dietro il banco. Nato nel Paese lo conoscevano tutti, grandi e piccini. In seguito poi il figlio rilevò l’attività e diventò Savino’s Bar.

L’altro invece, L’orso Bianco, era il punto focale di tutta l’attività di un paesino di 2000 abitanti. Totocalcio, Totogol, Enalotto, sigarette, televisione per vedere le partite, tavolini con mazzi di carte che da tanto che erano usurati non si spiccicavano nemmeno, muri ingialliti dal fumo delle sigarette spente e riaccese dai giocatori incalliti, banco gelati con ben 6-7 gusti di gelato, insomma era il non plus ultra del bar. Oh, e sempre tutti lì!

C’era Mao, Zazzera, Penna, Pastine, Topo Gigio, Gote, Favale che tra un taglio di barba e l’altro lo trovavi sempre al bar. Asma che si fermava a terrorizzare noi ragazzini tra un contravvenzione l’altra. E poi c’erano loro, i proprietari, la famiglia completa: padre, madre (che aveva preso la patente a “Cambrigge” come mi raccontò una volta) e due figli che tenevano il bar uno splendore.

Noi ragazzetti andavamo da una parte all’altra, un po’ all’Orso Bianco per una partita a carte coi Maestri o per una telefonata da 200 lire; e un po’ da Savino per la mitica ripiena e l’estathe. 3000 lire e la merenda era fatta!

Bar Necchi – Amici Miei

Non c’erano grandi barman dietro il banco, ne tantomeno mixologist, c’erano grandi uomini che come collanti tenevano uniti una comunità di persone tra sfottò calcistici, dibattiti politici e quant’altro avevano come fulcro della loro giornata il Bar. Loro avevano capito che chi sta dietro il banco non lavora per se stesso, ma per i suoi clienti.

Io morivo a vedere questo magico mondo fatto di storie che si intrecciavano in ogni momento e in qualche modo volevo farne parte, anzi dovevo farne parte. Già ma come? Avevo forse 10-11 anni. Un bel giorno però trovai la mia occasione alla Sagra del paese. Andavo li tutti i weekend di luglio a sparecchiare con il mio vassoio di plastica i tavoli sporchi sperando in qualche mancetta dei clienti, quando alla fine mi feci avanti e chiesi di poter andare dietro il bar.

Un sogno, cioè ma veramente io ero dietro un banco bar? Beh, forse stavo veramente sognando: il bar altro non era che un casottino di legno con 4 finestre grandi dalle quali si serviva birra, coca cola, acqua, gelati e caffè. Già e proprio dietro quella macchina del caffè che conobbi Lalle. Lui era IL BARMAN! Aveva lavorato in locali molto importanti e aveva passato una vita tra sale ristoranti e banconi del bar. Conosceva tutti anche nel mezzo del caos più totale, lui non sbagliava un colpo, anzi un caffè. E anche quando qualcuno gli faceva un complimento per la tazzina bevuta lui niente, con il suo fare sornione, faceva un bel sorriso, ringraziava e continua imperterrito nel suo lavoro. Mi insegno a fare il caffè, ma a farlo bene, a curare ogni piccola parte, a pulire la macchina e regolare la macinatura. Cioè ma avete idea di cosa vuol dire a 11 anni fare un caffè con la macchina dell’espresso alla sagra del paese? Per me era come guidare la Ferrari in formula! Poi non parliamo del ponce all’anice che mi insegnò a fare. Potrei definirlo il mio primo cocktail, ma la ricetta non la dirò mai e poi mai a nessuno!

Sono passati quasi 20 anni, Lalle non c’è più, l’Orso Bianco ha cambiato non so quante gestioni e forse tra po riaprirà, l’unico che regge è Savino che continua imperterrito la sua attività di punto focale di tutti gli abitanti del paese. Ma è così che noi siamo nati, noi baristi moderni che a volte smettiamo di lavorare per i clienti e iniziamo a lavorare per fare a gara con i colleghi…bisognerebbe sempre ricordarsi che ognuno di noi ha il suo Savino e il suo Lalle e da li ripartire per il proprio lavoro!

Cheers

-Federico Bocciardi-

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